Riassunto
Nel suo articolo, Silvia Rago riflette sul significato della guarigione come processo non lineare, evidenziando come la crescita personale non coincida con la scomparsa definitiva delle difficoltà, ma con la capacità di attraversarle in modo più consapevole. Questa visione trova una significativa consonanza con il pensiero di Enrico Caruso e con l'approccio psicosomatico, che considerano la persona un sistema vivente in continua evoluzione.
Guarigione: capire non basta sempre
Una delle cose più frustranti durante un percorso terapeutico è rendersi conto che capire qualcosa mentalmente , non significa automaticamente riuscire a viverla emotivamente.
Puoi arrivare a conclusioni molto lucide su di te. Puoi riconoscere che non devi più rincorrere chi ti ferisce, che non sei responsabile delle reazioni degli altri, che hai diritto a mettere confini e a dire no. Puoi persino sentire di aver finalmente compreso certi meccanismi che ti hanno fatto soffrire per anni.
Eppure, nonostante tutta questa consapevolezza, basta a volte un piccolo episodio per sentirsi improvvisamente travolti di nuovo.
Il corpo reagisce prima della mente
Il problema è che certi automatismi non vivono soltanto nei pensieri. Vivono nel corpo, nel sistema nervoso, nelle reazioni profonde che abbiamo sviluppato nel tempo per proteggerci.
Quando per anni abbiamo vissuto esperienze di rifiuto, instabilità emotiva, svalutazione o paura di perdere l’amore, il nostro organismo impara a stare costantemente in allerta.
Così, anche quando oggi sappiamo razionalmente che non siamo più in pericolo, il corpo può reagire come se quel pericolo fosse ancora presente.
Ed è per questo che, in certe situazioni, non reagiamo in base a ciò che ci diciamo consciamente, ma in base a ciò che il nostro sistema ha imparato a prevedere.
Le battute d’arresto non sono regressioni, la guarigione è dinamica
È qui che nascono le cosiddette ricadute
Non perché si stia tornando davvero al punto di partenza, ma perché uno stimolo presente ha riattivato una strategia antica di sopravvivenza.
Le battute d’arresto sono state varie e diverse: dal pensiero ossessivo, dal bisogno di controllare tutto, dall’umore altalenante, dal voler ottenere cose da persone che in quel momento erano a uno stato evolutivo diverso dal mio, dal volermi adattare a contesti che non sentivo miei, dall’evitamento, alla rabbia emotiva, alla paura della solitudine o al farmi carico degli stati emotivi delle persone a me vicino, facendomi privare delle mie energie.
La guarigione come processo non lineare
Una delle illusioni più comuni quando si inizia un percorso di guarigione psicologica è immaginare che il cambiamento avvenga in modo ordinato: stai male, inizi a capire, lavori su di te e lentamente stai sempre meglio. Come una linea che sale.
Ma la realtà emotiva umana non funziona così.
La guarigione non procede in linea retta. È un processo fatto di avanzamenti e arretramenti, di momenti di lucidità e momenti di confusione, di aperture profonde e improvvise chiusure. A volte sembra di aver superato qualcosa e poi, davanti a una situazione apparentemente piccola, quella stessa ferita torna a farsi sentire con un’intensità che spaventa.
Ed è proprio questo uno degli aspetti più difficili da accettare: il fatto che sentirsi di nuovo vulnerabili non significhi peggiore o ritornare al punto di partenza.
Il sistema non cambia in un giorno
Molti dei nostri modi di reagire non nascono da decisioni coscienti. Sono adattamenti profondi costruiti nel tempo.
Se per anni hai imparato che per essere amato dovevi compiacere, il tuo sistema tenderà automaticamente a mettere i bisogni degli altri davanti ai tuoi.
Se hai vissuto instabilità emotiva o rifiuto, il tuo corpo potrebbe interpretare ogni distanza come un possibile abbandono.
Se sei cresciuto in ambienti imprevedibili, potresti sviluppare ipercontrollo per sentirti al sicuro.
Questi meccanismi non spariscono nel momento in cui li comprendi.
Puoi sapere razionalmente che oggi non sei più quel bambino, che non devi guadagnarti l’amore, che hai diritto a esistere anche quando deludi qualcuno. Ma nelle situazioni emotivamente attivanti il sistema nervoso reagisce spesso prima della parte razionale.
Ed è lì che nasce la sensazione di incoerenza:
“So questa cosa, allora perché continuo a reagire così?”
La risposta è che il cambiamento profondo non riguarda solo il pensiero. Riguarda il corpo, le emozioni, la memoria implicita, le associazioni inconsce costruite negli anni.
La guarigione non è mentale: è un processo che coinvolge corpo, memoria e sistema nervoso
La guarigione vera è una cosa molto meno romantica di come spesso viene raccontata. Non è una salita costante verso una versione migliore di sé (che tra l’atro NON ESISTE). È un processo che destabilizza, confonde, apre ferite che sembravano chiuse e costringe a vedere parti di sé che per anni si è cercato di controllare, negare o anestetizzare.
Ci sono momenti in cui ti senti lucido, centrato, consapevole. E altri in cui basta poco per farti sentire di nuovo piccolo, spaventato, in allerta. Ed è proprio lì che molte persone pensano di aver fallito, pensano che tutto il lavoro svolto su di sé sia stato inutile.
Ma il punto è che la guarigione non si misura dall’assenza delle attivazioni. Si misura da quello che fai quando arrivano.
Prima uno stimolo ti travolgeva completamente. Adesso magari succede ancora, ma una parte di te riesce a osservare ciò che sta accadendo. Riesce a riconoscere che quella reazione non nasce soltanto dal presente, ma da una memoria emotiva molto più antica.
Ed è questa la trasformazione profonda: non diventare qualcuno che non soffre più, ma qualcuno che non si abbandona più alla propria sofferenza. Qualcuno che reagisce, che non si fa travolgere, qualcuno che la vita non la subisce più.
Perché certe ferite non guariscono sparendo. Guariscono quando smettono di governare ogni scelta, ogni relazione, ogni paura.
E allora forse la guarigione è proprio questo:
accettare che ci saranno ancora giorni difficili, momenti di regressione, paure che ritornano. Ma sapere che, anche dentro quel caos, non sei più la stessa persona di prima.
Perché ora hai consapevolezza.
Hai strumenti.
Hai uno sguardo diverso su te stesso.
E soprattutto hai iniziato, finalmente, a non confondere più le tue ferite con la tua identità.
Quattro step per sentirsi risolti
Il cambiamento personale è spesso difficile da percepire mentre accade. La mente tende a concentrarsi su ciò che non funziona, ignorando i progressi graduali. Questo esercizio serve a rendere visibile ciò che normalmente passa inosservato.
Step 1: Lista dei successi
Ogni settimana o ogni mese scrivi tutti i cambiamenti positivi che riesci a individuare nel tuo modo di pensare, reagire o comportarti. Non limitarti ai risultati grandi o evidenti, ma includi anche i micro-cambiamenti. Ad esempio: ho reagito con meno ansia rispetto al passato, ho aspettato prima di rispondere invece di agire d’impulso, non ho rincorso una persona come avrei fatto prima, ho riconosciuto un mio schema mentre si attivava, ho detto un no senza giustificarmi troppo, ho tollerato un’emozione difficile senza scappare, ho interrotto prima un ciclo automatico. Anche i cambiamenti piccoli sono fondamentali.
Step 2: Confronto con il passato
Per ogni punto scritto chiediti come avresti reagito in passato nella stessa situazione. Scrivilo in modo concreto. Questo passaggio serve a rendere visibile la differenza tra “prima” e “adesso”, perché spesso il cambiamento avviene ma non viene percepito.
Step 3: Individuazione del pattern
Per ogni successo chiediti quale schema automatico stai iniziando a interrompere o indebolire. Può essere il bisogno di controllo, la paura dell’abbandono, il compiacimento, l’evitamento, il pensiero ossessivo o la tendenza a reagire subito senza riflettere. Questo aiuta a collegare il singolo episodio al lavoro psicologico più profondo.
Step 4: Rinforzo identitario
Chiudi ogni sessione con una frase che descriva la direzione in cui stai andando. Ad esempio: sto imparando a non reagire automaticamente ma a scegliere, oppure sto imparando a non abbandonarmi nei momenti di difficoltà, oppure sto costruendo una maggiore stabilità emotiva.
Frequenza consigliata
Una volta a settimana oppure ogni volta che emerge la sensazione di non stare facendo progressi.
Perché funziona
La mente tende a ricordare soprattutto errori, ricadute e momenti di crisi, mentre ignora i cambiamenti graduali. Questo esercizio serve a riequilibrare la percezione, rendendo visibile ciò che normalmente viene dato per scontato. La crescita psicologica infatti non si riconosce dall’assenza di difficoltà, ma dalla capacità crescente di accorgersi dei propri schemi e interromperli più rapidamente rispetto al passato.
La tua crescita non si misura da quante volte non cadi, ma da quanta libertà hai guadagnato ogni volta che scegli di non restare dove prima ti perdevi.