Riassunto
Il testo della Dr.ssa Camilla Maria Bongiovanni, riflette sul significato profondo delle relazioni umane, sostenendo che la nostra natura non è fatta per l’isolamento, ma per la costruzione di senso attraverso la trama relazionale. Si richiama il pensiero di Alfred Adler, che identifica il sentimento sociale come condizione strutturale dell’esistenza, e si evidenzia che la cooperazione, non è sufficiente: ciò che oggi viene meno è il significato attribuito ai legami. La dimensione terapeutica acquista centralità, proponendo la terapia come spazio di riconoscimento e restituzione di senso, piuttosto che semplice correzione del sintomo. In conclusione, la vera sfida consiste nel mantenere vivo il contatto con ciò che rende la relazione significativa, evitando che l’essere umano si perda nell’individualismo e nella perdita di senso.
L’essere umano è una creatura paradossale: nasce nudo, privo di artigli, lento rispetto ai predatori e dipendente dagli altri per anni prima di poter provvedere a se stesso. Eppure, in questo stato di “inferiorità naturale”, risiede il nostro più grande potere. Secondo Alfred Adler, uno dei padri della psicologia moderna, la nostra sopravvivenza non è mai stata una questione di forza individuale, ma di sentimento sociale.
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Ma cosa succede quando questo legame si spezza? E perché leader globali come Donald Trump sembrano incarnare l’esatto opposto di questa spinta cooperativa?
La biologia della cooperazione: non è bontà, è sopravvivenza
Dobbiamo liberare il concetto di “sentimento sociale” da una lettura puramente etica o sentimentale. Non si tratta semplicemente di “voler bene” al prossimo. Adler ci insegna che la cooperazione è una necessità biologica ed evolutiva. Come le cellule si sono unite per formare organismi complessi, così l’individuo deve integrarsi nella comunità per non soccombere.
Le neuroscienze moderne confermano oggi ciò che Adler aveva intuito un secolo fa: il nostro cervello è strutturalmente “cablato” per la socialità. Studi condotti con la risonanza magnetica funzionale hanno dimostrato che l’esclusione sociale attiva le stesse aree cerebrali del dolore fisico. In breve, il nostro corpo percepisce la solitudine e la rottura dei legami come una minaccia vitale. La salute mentale, dunque, coincide con la capacità di riconoscere l’altro come un partner essenziale, un alleato con cui compartecipare emotivamente per garantire la sopravvivenza di tutti.
Il nimbus della “Logica Privata”: quando la mente si isola
Il confine tra normalità e psicopatologia, in ottica adleriana, si gioca proprio su questo terreno. Al crescere del disagio psichico, l’individuo tende ad abbandonare il “senso comune” — ovvero la realtà condivisa e cooperativa — per rifugiarsi in una “logica privata”.
Questa logica è un sistema di pensiero distorto, una corazza protettiva che serve a mascherare un profondo senso di insicurezza. Qui, l’altro smette di essere un alleato e diventa un ostacolo o un nemico. Più una persona si sente fragile, più cercherà di compensare questa sensazione attraverso mete di superiorità fittizia, costruendo quello che Adler definiva “nimbus”: un’aura di onnipotenza che nasconde un vuoto sociale.
Il caso Trump: l’Io Grandioso alla prova della politica
Se guardiamo alla scena politica internazionale, Donald Trump emerge come il caso studio perfetto di questa deriva. La sua leadership non è solo una strategia elettorale, ma l’incarnazione di un Io grandioso compensatorio. In una visione del mondo dominata dalla sua logica privata, la realtà è divisa rigidamente tra “vincenti” e “perdenti”.
In questa narrazione, la compartecipazione emotiva e la comprensione dei bisogni altrui scompaiono, lasciando il posto a una retorica del “noi contro loro”. Quando un leader alimenta il sospetto verso l’immigrato, l’avversario o la scienza, non sta solo facendo politica: sta manifestando uno scarso sentimento sociale. Questa visione binaria nega l’interdipendenza umana, promettendo una sicurezza illusoria basata sul dominio e sull’esclusione, piuttosto che sulla cooperazione.
La sfida del presente: oltre la guerra, verso la riconnessione
Le guerre attuali e il populismo aggressivo sono i sintomi di una specie che sta tradendo la propria natura sociale. Quando la logica privata prende il sopravvento su larga scala, le masse vengono spinte verso meccanismi primitivi di attacco o fuga.
Implementare oggi il sentimento sociale non è un esercizio di retorica, ma l’unica via per evitare l’autodistruzione. Significa comprendere che l’ipercontrollo e il desiderio di superiorità sono, in realtà, manifestazioni di una profonda fragilità interiore. La vera evoluzione umana passa per la ricostruzione di un legame sociale incarnato, dove il benessere del singolo e quello della collettività, non siano più visti come obiettivi in contrasto, ma come due facce della stessa, indispensabile, medaglia.
L’incontro terapeutico: smantellare il Nimbus per ritrovare l’umano
Se la psicopatologia è, come abbiamo visto, un progressivo arroccamento nella “logica privata” e un allontanamento dal senso comune, l’esperienza terapeutica adleriana si configura come un viaggio di ritorno verso la comunità. In terapia, il paziente non porta solo i suoi sintomi, ma l’intero sistema di difese che ha costruito per proteggersi da un profondo senso di inadeguatezza. Il compito del terapeuta è quello di agire come un “compagno di viaggio” che aiuta il paziente a riconoscere e, gradualmente, a dissolvere il proprio Nimbus.
Smantellare questa nuvola protettiva non è un atto di forza, ma un processo di sintonizzazione profonda. Qualcuno una volta mi ha detto: “La relazione terapeutica non è una relazione di aiuto, ma una relazione d’amore”. Questa affermazione risuona potentemente con l’idea di Sentimento Sociale: l’amore qui non è inteso in senso romantico, ma come la forma più alta di cooperazione e riconoscimento dell’altro. È quel calore umano capace di sciogliere la nebbia della logica privata, permettendo al paziente di sentirsi finalmente visto e accolto nella sua soggettività.
È proprio in questo spazio di “amore sociale” che la convinzione di dover dominare o isolarsi per sopravvivere viene messa alla prova dal “senso comune”. Il paziente impara che non ha bisogno di un’onnipotenza fittizia per essere al sicuro; scopre che la sua vulnerabilità, se accolta in una relazione autentica, diventa il ponte per quella cooperazione che Adler considerava la vera cura. Il successo della terapia non si misura dunque solo nella scomparsa del sintomo, ma nella riconquistata capacità del soggetto di “sentirsi a casa” nell’umanità, trasformando la paura dell’altro in partecipazione attiva e coraggiosa
Bibliografia di riferimento
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